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Systems Thinking Italia

Decisioni e modelli mentali8 minuti di lettura

Perché un piano sbagliato ti rassicura più di nessun piano

Un piano abbassa l'ansia, non l'incertezza: l'illusione di controllo, i ritardi che danno ragione a un piano sbagliato e come farne uno che si corregge.

Gabriele Pecchioli

Un piano sbagliato rassicura più di nessun piano perché un piano abbassa l'ansia, e l'ansia non misura l'incertezza: misura quanto l'incertezza è visibile. Senza piano l'incertezza ti sta davanti. Con un piano, anche sbagliato, sta dietro una storia completa che va dal punto in cui sei al punto in cui vuoi arrivare, e la testa scambia la completezza della storia per controllo sul futuro. Il piano sbagliato poi resiste per mesi, perché i risultati arrivano in ritardo e nel frattempo è il piano stesso a decidere quali segnali guardi. Vale la pena pianificare lo stesso, a patto di costruire piani che sanno di poter essere sbagliati.

Il piano calma, l'incertezza resta dov'era

Ellen Langer, nel 1975, fece comprare biglietti di una lotteria a due gruppi di persone. A un gruppo lasciò scegliere il biglietto, all'altro lo assegnò. Poi chiese a tutti a quanto l'avrebbero rivenduto. Chi aveva scelto chiedeva un prezzo molto più alto, a parità di probabilità di vincere. Langer lo chiamò illusione di controllo: quando partecipiamo a un processo sentiamo di influire sul risultato, anche dove il risultato non dipende da noi.

Un piano è la forma più elaborata di quella partecipazione. Hai scelto le date, i numeri, le persone, l'ordine delle cose. Ogni scelta aumenta la sensazione di avere il risultato in mano, e la sensazione non ha nessun rapporto con la probabilità che il piano regga. Daniel Kahneman e Amos Tversky hanno dato un nome a un fenomeno vicino, la fallacia della pianificazione: le stime di tempi e costi sono ottimiste in modo sistematico, anche quando chi stima conosce i precedenti. Kahneman racconta di un manuale scolastico che il suo gruppo contava di finire in un paio d'anni e che ne richiese otto, mentre un collega sapeva che progetti simili ne avevano presi almeno sette, e nessuno gli aveva fatto la domanda.

Mettiamo che un'azienda che produce arredi decida di aprire una linea nuova per studi professionali. Il piano è su quattro pagine: sei mesi per coprire i costi, due commerciali dedicati, una campagna sulle riviste di settore, un listino. Il titolare dorme bene dal giorno in cui il piano viene approvato. Il mercato è lo stesso del giorno prima. Quello che è cambiato è la lente con cui lo guarda.

Il piano decide cosa guardi

Un piano, una volta scritto, smette di essere un documento e diventa un modello mentale: la lente attraverso cui leggi i mesi successivi. E le lenti filtrano.

Nel caso costruito, al secondo mese gli ordini sono pochi: "serve tempo, i professionisti decidono piano". Un concorrente abbassa i prezzi: "non è il nostro segmento". Un cliente dice che la misura dei moduli è sbagliata per gli studi piccoli: "un caso isolato". Tre segnali, tre spiegazioni, nessuna delle tre richiede di toccare il piano. Kahneman ha una formula per questo meccanismo: quello che vedi è tutto quello che c'è. La testa costruisce la storia più coerente con le informazioni che ha davanti, e il piano è la storia già pronta, quindi ogni informazione nuova si sistema dentro.

Qui c'è un paradosso che vale la pena tenere a mente. La stessa persona, senza piano, avrebbe dato ai tre segnali lo stesso peso, perché non avrebbe avuto una storia in cui incastrarli. Chi non ha un piano vede di più e dorme meno. Chi ha un piano sbagliato dorme bene e vede quello che il piano gli lascia vedere.

Il difetto non sta nel carattere. Un piano ha un autore, e l'autore di una storia completa la difende, perché cambiarla costa più che spiegare l'eccezione. Vale per i titolari, per i direttori, per me quando pianifico un progetto. Per questo le difese vanno costruite prima che l'affetto per il piano si formi.

Il ritardo che dà ragione al piano sbagliato

C'è un secondo meccanismo, e questo è strutturale, non psicologico. Tra la decisione e il risultato passa del tempo. Nei primi mesi il piano non è né confermato né smentito: i dati che potrebbero smentirlo non esistono ancora. E il silenzio, quando hai un piano, si legge come conferma.

Poi i risultati arrivano, in ritardo e tutti insieme. A quel punto la correzione è forte, perché è tardi. Nel caso dell'azienda di arredi il titolare raddoppia il budget della campagna al quarto mese. La seconda campagna produce ordini al settimo mese, insieme alla coda della prima: il magazzino si svuota, la produzione va in affanno, si taglia la campagna, e al decimo mese gli ordini crollano di nuovo. Il piano era sbagliato dal secondo mese. Il ritardo lo ha fatto sembrare giusto fino al quarto e poi lo ha fatto sembrare quasi giusto, con una correzione in più.

01mese 2segnali deboli02mese 4budgetaumentato03mese 7ordini ecapacità04mese 10nuova revisione01mese 2segnali deboli02mese 4budget aumentato03mese 7ordini e capacità04mese 10nuova revisione
Il ritardo nel caso della linea nuovaCronologia dell'esempio costruito, non risultati osservati. Un aumento degli ordini dopo la campagna non dimostra da solo che la campagna ne sia la causa.

Jay Forrester lo aveva mostrato già negli anni Cinquanta con le simulazioni delle catene di fornitura: dove c'è un ritardo tra azione e risultato, la correzione intuitiva arriva fuori tempo e nella misura sbagliata, e il sistema oscilla. Peter Senge ne ha fatto un gioco, quello della birra: nessuno dei partecipanti è stupido, eppure il magazzino oscilla sempre. Il piano sbagliato sopravvive dentro il ritardo. È lì che gli serve una difesa.

Quello che un piano deve saper fare

Un piano buono ha una proprietà sola che lo distingue da una storia: sa dire quando è sbagliato. Donella Meadows diceva che un modello vale per quello che ti permette di capire quando non funziona più, e un piano è un modello del futuro. Se non contiene il modo di scoprire che è sbagliato, non è un piano. È una rassicurazione con le date.

Per dare a un piano questa proprietà ci sono due strumenti che uso ogni volta, uno prima di scriverlo e uno subito dopo.

I segnali di allarme si fissano prima

Il primo strumento è una domanda, da farsi il giorno in cui il piano viene approvato, non sei mesi dopo: cosa dovrei vedere, e quando, per concludere che questo piano è sbagliato?

La risposta va scritta in una riga, con un numero e una data. Nel caso degli arredi: se alla fine del terzo mese gli ordini ripetuti dallo stesso studio sono meno di uno su cinque, la linea non sta funzionando e fermiamo la seconda campagna. È un filo teso a terra, più che una previsione. Lo fissi mentre sei ancora lucido, prima che il piano diventi la tua lente. Quando il filo scatta, la decisione è già stata presa da una persona che non aveva niente da difendere.

Due dettagli fanno la differenza. Il primo: la data va messa in calendario con un nome accanto, perché un segnale che nessuno ha il compito di leggere non esiste. Il secondo: la mossa da fare quando scatta si scrive insieme al segnale. Se scrivi solo il segnale, al terzo mese lo leggerai attraverso il piano e troverai il motivo per cui questa volta non vale.

Il premortem di Gary Klein

Il secondo strumento lo ha messo a punto Gary Klein, uno psicologo che ha passato la carriera a studiare come decidono le persone esperte sotto pressione, dai pompieri alle infermiere di terapia intensiva. Si chiama premortem.

Kahneman ne parla con entusiasmo in Pensieri lenti e veloci, e il motivo è preciso: una volta che un piano è approvato, esprimere un dubbio costa, perché sembra slealtà. Il premortem rovescia la situazione. Per tre minuti il dubbio è il compito, e chi ha visto il problema può dirlo senza passare per quello che rema contro.

In termini di sistema, il premortem fa un'altra cosa che mi interessa di più: costringe il gruppo a cercare la struttura che romperebbe il piano prima che il piano gli impedisca di vederla. Nel caso degli arredi, un premortem onesto avrebbe fatto emergere al primo giorno la frase "gli studi piccoli non hanno spazio per i nostri moduli", perché qualcuno in produzione lo sapeva. Al secondo mese quella stessa frase era diventata "un caso isolato".

Un segnale contrario diventa più difficile da accettare se stai difendendo il denaro e il tempo già investiti. Per farlo emergere prima, controlla chi stai escludendo dalla richiesta di un parere: la qualità del piano dipende anche dalle informazioni che riescono a raggiungerlo.

Dal piano che calma al piano che si corregge

Metto in fila i quattro passi, dal più comune al più raro. Il primo lo fanno tutti. L'ultimo quasi nessuno, ed è quello che conta.

01il pianoscritto02il premortemin gruppo03segnali connumero e data04la mossagià decisa01il pianoscritto02il premortemin gruppo03segnali connumero e data04la mossagià decisa
Dal piano che calma al piano che si correggeL'ultimo passo è l'unico che toglie la correzione al momento in cui il piano ti ha già convinto: la mossa è scritta, e chi la legge non deve più decidere.

Il piano scritto è il punto di partenza e da solo è anche il più pericoloso, perché è quello che rassicura. Il premortem lo mette alla prova quando non c'è ancora niente da difendere. I segnali con numero e data trasformano i dubbi del premortem in qualcosa che il ritardo non può nascondere. La mossa già decisa chiude il cerchio: quando il segnale scatta, non si riapre la discussione, si esegue quello che una versione più lucida di te ha scritto mesi prima.

Un'ultima cosa sull'intelligenza artificiale, perché cambia il costo del problema. Oggi un piano completo, plausibile, con date e numeri, si ottiene in trenta secondi. Il piano generato non ha un autore che dubita, e la storia che racconta è coerente quanto quella che avresti scritto tu in una settimana. L'illusione di controllo è diventata gratis. Il modo per usare bene lo strumento è lo stesso di sempre: chiedigli anche il premortem, e poi scrivi tu i segnali di allarme, con la tua data e il tuo numero.

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