Chiedi un parere solo a chi ti dà ragione
La cerchia che consulti è il filtro vero della decisione. Come il bias di conferma diventa struttura, e come si costruisce un contraddittorio che tiene.

Chiedi un parere solo a chi ti dà ragione senza accorgertene, perché la cerchia che consulti non la scegli da zero ogni volta: si è formata da sola, giro dopo giro, scartando le persone che ti sono costate una discussione. Chi ti ha contraddetto una volta la volta dopo lo chiami più tardi, e alla terza non lo chiami. A quel punto la decisione è già filtrata prima di arrivare in riunione, e l'unanimità che trovi non misura la qualità dell'idea: misura quanto si è stretta la lista dei numeri che chiami. Il contraddittorio vero non nasce dalla buona volontà di ascoltare. Si costruisce, assegnando a qualcuno il compito di dire di no e facendo le domande in un modo diverso da quello che viene naturale.
La cerchia è il filtro vero
Quando una decisione va male, il punto che tutti guardano è il momento della scelta. Chi ha detto sì, in che riunione, con quali numeri davanti. Io guardo prima: guardo chi è stato chiamato mentre l'idea si stava formando, e soprattutto chi non è stato chiamato. Perché una decisione, quando arriva al momento della firma, ha già attraversato il filtro più selettivo di tutti, cioè le tre o quattro persone con cui ne hai parlato nelle settimane in cui era ancora un'intuizione.
Immagina un'azienda di trenta persone che produce componenti per l'edilizia. Il titolare vuole aprire una sede commerciale al nord. L'idea gira per sei settimane: ne parla con il direttore commerciale, con il consulente che lo segue da dieci anni, con il figlio che è entrato in azienda da due. Tutti e tre, con sfumature diverse, dicono che ha senso. In riunione la proposta passa in dodici minuti.
L’azienda e la scena sono ipotetiche. Servono a chiedersi come una lista di interlocutori possa restringersi senza una decisione esplicita. Chi manca dalla lista? Il responsabile di produzione, che due anni prima gli aveva detto in faccia che una commessa grossa avrebbe mandato in crisi le consegne, e aveva avuto ragione. Quella volta la discussione è durata tre riunioni e un sabato. Da allora, senza che nessuno lo abbia deciso, il responsabile di produzione riceve le cose già decise.
Questo è il punto. Nessuno ha escluso nessuno. Non c'è stata una riunione in cui si è stabilito di tenere fuori chi obietta. È successo per attrito. Chiedere un parere a chi ti contraddice costa tempo, nervi e qualche notte peggiore, e il costo si paga subito, mentre il beneficio, una decisione un po' migliore, si vede mesi dopo e non si vede comunque mai in modo attribuibile. Un costo immediato e certo contro un beneficio lontano e invisibile: il sistema si inclina da solo, e si inclina anche con una persona di buona fede al centro.
Il giro che stringe la lista
Nei libri il bias di conferma è descritto come un difetto della testa: cerchiamo le informazioni che confermano quello che già pensiamo. Daniel Kahneman lo inserisce in un meccanismo più generale, quello per cui la mente costruisce la storia più coerente con il materiale che ha davanti, senza chiedersi quanto materiale è rimasto fuori. Nelle aziende questo difetto smette presto di stare nella testa e diventa un pezzo di organizzazione: una lista di nomi, un ordine degli inviti, un'abitudine su chi si chiama per primo.
Il giro si chiude in quattro passaggi. Le conferme che ricevi alzano la sicurezza nella scelta. Più sei sicuro, meno domande fai a chi dissente, perché una domanda a chi dissente serve solo finché hai un dubbio. Meno domande fai, meno obiezioni arrivano, e qui c'è un ritardo: la persona non smette di obiettare il giorno in cui la escludi, smette dopo due o tre volte in cui ha parlato a vuoto. Meno obiezioni arrivano, più le conferme sembrano unanimi.
Il verso delle frecce dice una cosa scomoda: per restare senza contraddittorio non serve essere autoritari. Basta essere coerenti. Ogni passaggio del giro è ragionevole se lo guardi da solo, e il risultato dopo due anni è una stanza in cui nessuno dice più niente di diverso.
C'è un effetto che peggiora il quadro, e riguarda le persone. Chi viene consultato meno conta meno, e chi conta meno parla meno anche quando ha qualcosa da dire, perché parlare senza peso è una fatica che non rende. Il sistema non perde solo le obiezioni. Perde le informazioni che quelle persone avrebbero portato dentro l'obiezione. Il responsabile di produzione dell'esempio non ha un'opinione sulla sede al nord: ha i numeri di quanto regge la produzione, e quei numeri non entrano in riunione perché lui non entra in riunione.
Sotto l'unanimità della riunione
Quando una proposta passa in dieci minuti e tutti sono d'accordo, la prima cosa che penso è che non ho visto una decisione. Ho visto l'ultimo passaggio di una decisione presa altrove. Per capire dove, uso l'iceberg, il modello a quattro livelli presentato in questo sito: in alto l'evento, sotto il pattern che si ripete, più sotto la struttura che lo produce, in fondo la convinzione che tiene in piedi la struttura.
Il livello che conta è l'ultimo, e in questo caso costruito è una frase precisa: chi obietta su un progetto sta giudicando chi lo porta. Finché quella frase regge nella testa delle persone, qualunque regola scritta sopra viene aggirata, perché obiettare continua a costare caro a chi obietta.
Irving Janis ha studiato negli anni Settanta gruppi che hanno preso decisioni disastrose pur essendo composti da persone capaci e informate, e ha chiamato groupthink il meccanismo: il gruppo protegge la propria armonia e scambia l'assenza di conflitto per solidità del giudizio. Janis ha descritto anche cosa cambiò alla Casa Bianca tra la Baia dei Porci e la crisi dei missili di Cuba, con lo stesso presidente e in parte le stesse persone. Kennedy smise di esporre la propria posizione all'inizio delle riunioni, divise il gruppo in sottogruppi che lavoravano separati, e assegnò a qualcuno il compito esplicito di attaccare l'ipotesi migliore. Tre cambiamenti di struttura, nessun cambiamento di carattere.
Qualcuno a cui tocca dire no
Il contraddittorio che funziona non dipende dal coraggio di chi parla. Se dire di no è un atto di coraggio, lo farà soltanto chi ha coraggio, e soltanto nelle settimane in cui ne ha. Se dire di no è un compito assegnato, lo fa anche la persona più prudente dell'azienda, perché non sta rischiando niente: sta facendo quello che le è stato chiesto.
L'avvocato del diavolo
Nei processi di canonizzazione della Chiesa cattolica esisteva una figura ufficiale, il promotore della fede, con il compito di raccogliere e sostenere tutte le obiezioni contro il candidato. Era un incarico, non un'opinione: chi lo occupava doveva argomentare contro anche quando era convinto del contrario. L'ufficio è stato ridimensionato nel 1983. Il meccanismo resta il più chiaro che conosca: separare il dissenso dalla persona che lo esprime e trasformarlo in un dovere.
Un modo di renderlo concreto è questo. Prima di una decisione che impegna l'azienda per più di un anno, una persona riceve per iscritto il compito di preparare il caso contrario: mezza pagina, tre motivi per cui la cosa non va fatta, letta per prima in riunione. Il nome ruota a ogni decisione, così il ruolo non diventa l'etichetta di chi rema contro.
Due dettagli fanno la differenza tra un esercizio e uno strumento. Il compito va dato prima che l'idea diventi pubblica, perché dopo l'annuncio ogni obiezione assomiglia a una slealtà. E chi prepara il caso contrario non deve essere la stessa persona che poi firma: altrimenti sta discutendo con se stessa, e sa già come finisce.
Charlie Munger raccontava di non permettersi un'opinione su una questione finché non era in grado di sostenere la posizione contraria meglio di chi la sosteneva davvero. È un'asticella alta e gli serviva per un motivo pratico: su un investimento, le obiezioni che non hai cercato le paghi in denaro, quindi conviene andarle a prendere prima.
La domanda senza la risposta dentro
C'è un secondo pezzo, e riguarda il come più che il chi. Buona parte delle domande che sento fare in azienda contiene già la risposta attesa. "Secondo te la sede al nord ha senso, vero?" non è una domanda: è un invito a confermare, e chi ha davanti il titolare lo capisce in mezzo secondo.
Uso tre accorgimenti per togliere la mia opinione dalla domanda, e li uso soprattutto quando sono io quello convinto.
Il primo è chiedere i fatti prima del giudizio. Non "ti sembra una buona idea", ma "quante ore di produzione in più servirebbero il primo anno, e da dove le prendiamo". Un giudizio si adatta a chi lo chiede, un numero no.
Il secondo è chiedere per iscritto e raccogliere le risposte prima che le persone si parlino tra loro. Chi parla per primo in una riunione determina la riunione, e se il primo a parlare sono io la riunione è già finita.
Il terzo è chiedere la storia del fallimento invece del parere sul successo. "Siamo tra un anno, la sede è chiusa: cosa è andato storto?" Il premortem di Gary Klein, di cui ho scritto parlando dei piani, funziona esattamente per questo motivo: per tre minuti il dubbio diventa il compito, e chi aveva visto il problema può dirlo senza passare per quello che frena.
Chi rimane fuori dal racconto
Nel mio libro L’arte del secondo violino torno su una differenza: una storia può diventare molto coerente perché alcune persone e alcuni contributi sono usciti dall’inquadratura. I dieci ritratti riguardano l’attribuzione del credito, non sono esperimenti sul bias di conferma. La domanda che porto da quella ricerca a una riunione è più limitata: chi manca da questa versione dei fatti, e quale parte del lavoro conosceva soltanto lui? Il dissenso diventa utile quando riporta un’informazione, non quando aggiunge soltanto una voce contraria.
Il problema non scompare consultando una macchina: anche ChatGPT può assecondare la premessa della domanda. Un contraddittorio utile serve soprattutto quando un piano già approvato filtra i segnali contrari, prima che la scelta diventi una posizione da difendere.
Quando il parere arriva da una macchina
Un'ultima cosa, perché la cerchia si è allargata di un membro e questo membro è il più accomodante che abbia incontrato. Un modello linguistico è addestrato a essere utile, e la cosa più utile che sa fare con una domanda che contiene già la risposta è completarla bene. Se gli chiedo se la sede al nord ha senso, ricevo tre argomenti a favore scritti meglio di come li avrei scritti io, e li ricevo in quindici secondi.
Lo uso al contrario, e il risultato cambia del tutto. Gli chiedo il caso contrario nella forma più dura che riesce a produrre, gli chiedo di scrivere la storia del fallimento, gli chiedo quali tre misure dovrei guardare per accorgermi presto di stare sbagliando. Quel lavoro lo fa bene e non si offende, e questa è l'unica cosa in cui batte una persona.
Quello che non può fare è dirmi che la produzione è in affanno da marzo e che l'ultimo cliente grosso ha chiesto una proroga. Quello lo sa soltanto la persona che ho smesso di chiamare.
Prendi la decisione più grossa che hai preso negli ultimi sei mesi e scrivi i nomi delle persone con cui ne hai parlato prima di decidere. Poi scrivi il nome di chi, in passato, ti ha detto che stavi sbagliando e aveva ragione. Quel nome è nella prima lista?
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Gabriele Pecchioli
Consulente e imprenditore a Prato. Certificato MIT xPRO in Systems Thinking, speaker TEDxOltrarno, autore de L'arte del secondo violino. Lavora ogni settimana con imprese italiane su processi, decisioni e intelligenza artificiale.
Sito personale: gabrielepecchioli.com. Per la consulenza alle imprese: Unicorn Digital.
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