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Systems Thinking Italia

Decisioni e modelli mentali8 minuti di lettura

Sempre l'urgente, mai l'importante: le urgenze le produci tu

L'urgente vince perché si fa vedere. Come il lavoro importante rimandato torna sotto forma di urgenza, e cosa cambiare nella struttura della giornata.

Gabriele Pecchioli

Fai sempre l'urgente e mai l'importante perché l'urgente ha una voce e l'importante no: l'urgente arriva con un nome, un telefono che squilla e una persona che aspetta una risposta, mentre l'importante sta su una lista e non si offende se lo rimandi. La parte scomoda è la seconda. Quasi tutto quello che oggi ti arriva come urgente è lavoro importante che hai rimandato qualche settimana fa, e torna irriconoscibile perché torna in ritardo, portato da un cliente diverso, con l'aria di un caso sfortunato. La giornata si riempie di urgenze che hai prodotto tu. Finché il ritardo resta invisibile, la buona volontà non cambia niente, perché ogni mattina il telefono vince la lista.

L'urgente ha una voce, l'importante no

La distinzione la conoscono tutti. Dwight Eisenhower separava l'urgente dall'importante per decidere cosa delegare, Stephen Covey negli anni Novanta ne ha fatto una griglia a quattro quadranti che è finita in ogni corso di gestione del tempo, e il quadrante dell'importante non urgente è diventato il posto dove tutti sanno di dover passare più ore.

La griglia è giusta e non basta. Descrive le attività una per una, ferme, come se la lista di lunedì mattina fosse arrivata dal cielo. Quella lista invece è un prodotto: l'ha fatta il tuo modo di lavorare di tre settimane fa.

Descrivo una settimana. Un'azienda da venti persone che lavora su commessa, il titolare in mezzo a tutto. Lunedì: un cliente chiama perché il montaggio consegnato non corrisponde al disegno, un fornitore ha mandato la misura sbagliata, un dipendente si è messo in malattia e due commesse vanno ridistribuite. Tre urgenze vere, tutte da risolvere entro il giorno. Il lavoro importante di quella settimana, quello che il titolare sposta da marzo, è scrivere come una commessa passa dal commerciale alla produzione: chi conferma le misure, chi controlla il disegno firmato, cosa non parte se manca un dato.

La settimana che descrivo è costruita, e chiunque tenga un calendario può confrontarla con la propria. La prima urgenza del lunedì, il montaggio che non corrisponde al disegno, è esattamente la cosa che il passaggio di consegne non scritto produce. Il titolare la vive come un incidente. È il conto di marzo che arriva a ottobre.

Le urgenze di oggi le hai prodotte tu

Il giro lo disegno con quattro nodi. Le ore che dai all'urgente non sono infinite, quindi quello che è importante slitta. Quello che slitta continua a produrre problemi, perché il motivo per cui era importante è che qualcosa non funziona: il passaggio di consegne non scritto fa tornare indietro un montaggio ogni tanto, e non si sa mai quale. I problemi maturano, con un ritardo di settimane. E quando sono maturi arrivano sul calendario sotto forma di urgenze, che chiedono ore. Il quarto nodo riporta al primo, e il giro riparte più grosso.

e si ricominciaore dateall'urgenteimportanterimandatoproblemi chematuranourgenze dellasettimanaRle urgenze di domani le fai oggiRore dateall'urgenteimportanterimandatoproblemi chematuranourgenze dellasettimanale urgenze di domani le fai oggi
Il giro delle urgenze che produci tuIl ritardo sta tra il lavoro rimandato e il problema che matura: per questo l'urgenza di lunedì non sembra figlia della decisione di marzo.

Il ritardo sul secondo legame è la ragione per cui il ciclo resta invisibile per anni. Se il montaggio tornasse indietro il pomeriggio stesso in cui decidi di non scrivere il passaggio di consegne, il legame sarebbe ovvio e lo avresti già scritto. Torna tre settimane dopo, su un'altra commessa, con un altro cliente al telefono. Nessuna delle due cose porta il nome dell'altra.

C'è un secondo effetto, e riguarda chi lavora con te. In un'azienda dove le urgenze riempiono le giornate, le persone imparano una regola non scritta: per ottenere attenzione, rendi urgente la tua richiesta. Chi ha un problema serio e non scadente impara che aspetterà, chi gonfia la scadenza impara che viene servito. In sei mesi il sistema produce urgenze anche dove non ce n'erano, e lo fa senza che nessuno abbia mentito.

Il ritardo tra il lavoro e il risultato

Diciamo che per una settimana ci riesci. Blocchi due mattine, chiudi la porta e scrivi il passaggio di consegne. Alla fine della settimana il risultato visibile è zero: i montaggi che tornano indietro in questi giorni sono quelli partiti il mese scorso, con il metodo vecchio. La settimana dopo arriva un'urgenza grossa, e quelle due mattine le dai a quella, con la sensazione ragionevole di avere fatto la cosa giusta.

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Le ore sul lavoro importante, settimana per settimanaAndamento qualitativo illustrativo, non dati misurati. La curva sono le ore che dai al lavoro importante. La misura su cui decidi quante dargliene, cioè quanti problemi hai adesso, è in ritardo di settimane: così la correzione arriva sempre fuori tempo e produce quella opposta.

La curva oscilla per un motivo strutturale, non per mancanza di carattere. Stai regolando una cosa, le ore da dare al lavoro importante, guardando una misura che riflette decisioni di settimane prima. Prima tagli, perché il lavoro importante sembra non servire a niente. Poi, quando le urgenze esplodono, blocchi tre giorni interi per rimettere a posto i processi, e in quei tre giorni l'urgente si accumula e torna tutto insieme, quindi tagli di nuovo. Donella Meadows lo dice in modo secco in Thinking in Systems: un ritardo dentro un ciclo di bilanciamento fa oscillare il sistema, e chi lo governa, se corregge con la forza che il momento gli suggerisce, peggiora l'oscillazione.

Una prova possibile consiste nello smettere di decidere le ore guardando la situazione. Le ore sul lavoro importante vanno date a quantità costante e piccola, settimana dopo settimana, indipendentemente da come va la settimana. Due mattine sempre, anche nelle settimane calme, dove sembrano sprecate, e anche in quelle terribili, dove sembra impossibile. La quantità costante è l'unica che non ha bisogno di una misura in ritardo per essere decisa.

Chi ha il diritto di dire urgente

Nella maggior parte delle aziende che vedo la parola urgente non ha un proprietario. Chiunque può usarla, e chi la usa ottiene ore. Questo è un pezzo di struttura, e si cambia con tre regole che si scrivono in mezz'ora.

Una cosa è urgente se ha una data e una conseguenza scritte. Non "serve subito", ma "serve entro giovedì alle dieci, altrimenti il cantiere si fermerebbe". Chi non riesce a scrivere la conseguenza ha una richiesta normale con un tono urgente.

Chi dichiara un'urgenza dice anche cosa salta al suo posto. Questo è il punto che cambia più di tutti. Oggi dichiarare un'urgenza è gratis: si aggiunge in cima e il resto scivola in basso senza che nessuno lo dica. Se chi la dichiara deve indicare quale lavoro esce dal calendario per fare spazio, il numero di urgenze scende da solo nella prima settimana, senza che nessuno abbia dovuto dire no a nessuno.

Le urgenze non si dichiarano attraverso la produzione. Nel caso costruito il commerciale chiama direttamente il reparto e sposta una lavorazione. Lo fa in buona fede e il reparto gli dice sì, perché dire no a un collega che ha un cliente al telefono è faticoso. La richiesta passa invece da chi tiene il carico, e la persona che tiene il carico non ha un cliente al telefono: ha una tabella.

Prima di cambiare la griglia delle priorità, guarda quante richieste attendono soltanto il titolare. Se la stessa emergenza ritorna, ricostruisci il ciclo del problema ricorrente: pianificare meglio non basta quando la struttura continua a produrre il lavoro da rincorrere.

Blocchi che non si spostano

Resta la parte più noiosa, e noiosa è un complimento: è l'unica che tiene.

Due blocchi a settimana, nel calendario, con un nome preciso sopra. Non "lavoro mio": "scrivere il passaggio di consegne, prima parte". Un blocco senza nome viene occupato dalla prima cosa che squilla, perché non si capisce cosa stai perdendo quando lo sposti.

I blocchi si spostano soltanto per una cosa che ha data e conseguenza scritte, cioè per la definizione di urgenza che hai appena stabilito. Se si spostano per tutto, non sono blocchi: sono buone intenzioni in forma di calendario.

E poi il test che consiglio sempre, perché costa una settimana e cambia la stima di tutti. Per ogni richiesta che arriva urgente, scrivi su un foglio cosa succederebbe se rispondessi tra quarantotto ore. Non rimandarla davvero: scrivi soltanto la conseguenza. Dopo una settimana guarda il foglio. Confronta poi le conseguenze previste con quelle effettive. Alcune richieste saranno vere emergenze; altre potranno aspettare. La distinzione va ricavata dal tuo lavoro, non da una percentuale presunta.

Un'ultima cosa sull'intelligenza artificiale, perché cambia il conto in una direzione che pochi guardano. Un assistente che smista le richieste e prepara le risposte abbassa il costo di ogni singola urgenza, e questo sembra un rimedio. Dentro il ciclo che ho disegnato, abbassare il costo dell'urgente aumenta il numero di urgenze che il sistema riesce a digerire, e il lavoro importante resta dove era: lo strumento amplifica la struttura che trova. Un impiego da sperimentare è sull’altro lato: il lavoro che non ha scadenza e quindi non riceve mai priorità. La prima versione del passaggio di consegne, dettata a voce e sistemata in quaranta minuti invece di tre mattine, è il tipo di lavoro che prima non si faceva per mancanza di una finestra abbastanza larga.

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