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Systems Thinking Italia

Decisioni e modelli mentali8 minuti di lettura

La decisione che rimandi è già una decisione

Non decidere è una scelta che consuma le opzioni aperte. Il costo invisibile dell'attesa, e come fissare la data e il criterio prima del dubbio.

Gabriele Pecchioli

La decisione che rimandi è già una decisione perché il tempo non resta fermo ad aspettarti: mentre aspetti le alternative si chiudono una alla volta, e quando finalmente scegli stai scegliendo dentro quello che è rimasto. Rimandare sembra gratis per un motivo preciso, e il motivo non è la pigrizia: il costo dell'attesa non ha una data, non ha un responsabile e non compare in nessun documento, mentre il costo di una scelta sbagliata arriva con nome, cognome e giorno. Questa asimmetria spiega quasi tutti i rinvii che vedo, e si corregge in un modo solo: fissando la data della decisione e il criterio con cui la prenderai prima di entrare nel dubbio, quando il dubbio non ti ha ancora portato via la lucidità.

Il costo che non ha un responsabile

Immagina un laboratorio di carpenteria metallica, diciotto persone, che da un anno fatica a stare nei tempi. Il titolare sa cosa servirebbe: una persona che gestisca la produzione, così lui smette di fare il capo reparto la mattina e il commerciale il pomeriggio. L'idea è chiara già a gennaio. A marzo è ancora chiara. A settembre è chiara e identica, e nel frattempo non è stato deciso niente.

Il laboratorio me lo sono inventato io per spiegare. Le porte che si chiudono sono quelle che vedo chiudersi davvero, e nel caso costruito sono quattro. Il candidato interno, quello che faceva già metà del lavoro senza il titolo, a maggio accetta un'offerta altrove. Lo spazio accanto, che serviva per riorganizzare il flusso, viene affittato a un altro. La macchina che avrebbe liberato due giornate a settimana passa da due a cinque mesi di consegna. Il cliente che chiedeva volumi più grandi, e che avrebbe giustificato la persona in più, a ottobre ha trovato un altro fornitore.

Nessuna di queste quattro cose compare in una riunione come conseguenza di una decisione. Compaiono come sfortuna, come mercato, come tempismo. Il punto è che tutte e quattro sono accadute dentro una finestra in cui c'era una scelta aperta, e sono accadute perché la finestra è rimasta aperta a lungo.

Qui c'è una cosa da dire su come funzionano le aziende, e vale anche per le decisioni personali. Chi aspetta non viene mai chiamato a rispondere. Nessuno in una riunione dice: la scorsa primavera non abbiamo deciso, e questo ci è costato il candidato e lo spazio. Chi decide e sbaglia invece risponde subito, davanti a tutti, con una data accanto al nome. Finché il conto è tenuto in questo modo, il rinvio è la mossa più conveniente che una persona ragionevole possa fare.

Le opzioni sono una vasca che si svuota

Il modo che uso per farlo vedere è lo stock. Le opzioni ancora aperte sono una quantità che si accumula e si consuma, come l'acqua in una vasca. Entra qualcosa quando lavori per aprire alternative: parli con un candidato, chiedi un preventivo, tieni vivo un contatto con un fornitore. Esce qualcosa quando una alternativa scade, e le alternative scadono per conto loro, senza chiedere il permesso.

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Le opzioni del laboratorio come vascaGuarda lo scarico: le opzioni escono anche nei giorni in cui non succede niente, perché a chiuderle sono i candidati, i fornitori e i clienti, non tu.

Il disegno dice una cosa che la testa fatica a tenere: non decidere non lascia il livello fermo. Lo lascia scendere, perché il rubinetto in entrata lo apri tu e lo scarico lo tengono aperti gli altri. Donella Meadows, in Thinking in Systems, insiste su questo punto quando parla di stock: cambiano lentamente anche quando i flussi cambiano di colpo, e per questo la gente li sottovaluta. Guardiamo l'ultima cosa accaduta e non guardiamo il livello.

C'è un secondo effetto che la vasca mostra bene. Più il livello scende, più ogni singola opzione residua diventa importante, e più diventa spaventoso scegliere male. Al laboratorio di ottobre, con un candidato in meno, uno spazio in meno e un cliente in meno, la decisione è più difficile di quanto fosse a gennaio. L'attesa non ha comprato tempo per decidere meglio: ha reso la decisione più stretta e più carica.

Perché lo sbaglio pesa più dell'attesa

L'asimmetria non è solo organizzativa. Daniel Kahneman e Amos Tversky hanno mostrato che una perdita pesa più di un guadagno della stessa dimensione, e una scelta che va male è una perdita con una causa visibile, mentre il costo dell'attesa è una serie di guadagni mancati senza una scena in cui guardarli.

Ci sono poi due effetti studiati che spingono nella stessa direzione. William Samuelson e Richard Zeckhauser, nel 1988, hanno descritto quello che hanno chiamato status quo bias: di fronte a più alternative equivalenti, le persone scelgono in modo sistematico quella che coincide con lo stato attuale, e la scelgono tanto più spesso quanto più le alternative sono numerose. Ilana Ritov e Jonathan Baron hanno studiato il bias dell'omissione.

Metto insieme i tre pezzi e ottengo il quadro completo. Una perdita visibile pesa più di un guadagno mancato invisibile. Lo stato attuale ha un vantaggio di partenza su ogni alternativa. Il male che non hai fatto nessuno te lo imputa. Chi rimanda non è indeciso di carattere: sta rispondendo in modo corretto a come è fatto il conto che gli viene presentato.

La data e il criterio si fissano prima

Se il problema è il conto, l'unico rimedio che tiene è cambiare il conto prima di entrare nel dubbio. Dentro il dubbio non si cambia niente, perché dentro il dubbio ogni strumento diventa un altro modo di rimandare.

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Come si chiude un dubbio prima che si chiuda da soloIl terzo passo è l'unico che non si può fare dopo. Un criterio scritto mentre sei già nel dubbio diventa la giustificazione del dubbio.

Le opzioni scritte servono perché un dubbio tenuto in testa si allarga. Tre righe, tre alternative con un nome, compresa quella che nessuno nomina mai: lasciare le cose come stanno, scritta con la stessa dignità delle altre e con le sue conseguenze accanto. Finché lo stato attuale resta implicito, non viene valutato: viene subito.

La data in calendario è la cosa più semplice e la più evitata. Non la data in cui ne riparliamo: la data in cui si decide, con un'ora e le persone convocate. Una decisione senza data non è una decisione in corso. È una decisione già presa a favore di come stanno le cose adesso.

Il criterio è il passo in rosso, perché è l'unico che perde senso se lo scrivi dopo. Significa stabilire oggi quale informazione farà pendere la scelta, e in che direzione. Nel caso del laboratorio: se a fine marzo le ore di straordinario del titolare in produzione superano le dieci a settimana per tre settimane di fila, la persona si assume. Una riga, un numero, una direzione. Il criterio scritto prima è la firma di una versione di te che non ha ancora niente da difendere, e il giorno della decisione ti limiti a eseguirla.

La mossa di default chiude il cerchio e vale per i casi in cui la data arriva e la decisione non si prende. Si scrive insieme al criterio: se il quindici aprile non abbiamo deciso, parte comunque la ricerca del candidato. Serve perché il rinvio, lasciato libero, non ha un costo per nessuno. Con una mossa di default il costo diventa una cosa che succede.

Fissare una revisione evita che l’attesa diventi un modo per difendere i costi già sostenuti. Per confrontare le opzioni ancora aperte, puoi usare anche i modelli mentali per le decisioni di carriera: le conseguenze vanno valutate da oggi in avanti.

Quando aspettare è la mossa giusta

Non tutti i rinvii sono rinvii, e confondere le due cose produce una fretta che costa quanto l'attesa. Aspettare è la mossa giusta quando esiste un'informazione precisa, che arriverà a una data precisa, e che cambierebbe la scelta.

La differenza si vede con una domanda sola: cosa saprò il quindici novembre che non so oggi? Se la risposta è un fatto con una data, il bilancio del cliente, l'esito di una gara, il preventivo che hai chiesto, stai aspettando, e aspettare è lavoro. Se la risposta è "sarò più sicuro", stai rimandando, perché la sicurezza non arriva dal tempo che passa: arriva da un'informazione che qualcuno è andato a prendere, o dalla decisione stessa.

La seconda domanda che sposta il peso riguarda quanto costa tornare indietro. Su una scelta che si disfa in due settimane, il rinvio costa più dello sbaglio, e tanto vale provare: tenere aperte per mesi tre alternative reversibili è il modo più caro di non imparare niente. Su una scelta che non si disfa, un contratto di sei anni, un ruolo da cui non si torna, una persona che licenzi, l'attesa vale di più. Va spesa però per andare a prendere informazioni che non hai, con un elenco di cosa cercare e una data in cui ti fermi, non per aspettare che il dubbio si sciolga da solo.

Una cosa va detta sull'intelligenza artificiale, perché cambia il costo di un pezzo di questo lavoro. Preparare tre scenari con i numeri sotto, una volta, richiedeva giorni, e quei giorni erano una scusa onesta per rimandare. Oggi lo si fa in un pomeriggio. Lo strumento abbassa il costo dell'istruttoria e non tocca la parte difficile, che è scrivere il criterio e tenere la data. Se la struttura premia ancora chi aspetta, una macchina che produce analisi in mezz'ora produrrà analisi per mesi, e nel frattempo la vasca continuerà a svuotarsi.

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