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Systems Thinking Italia

Vita quotidiana9 minuti di lettura

Perché un imprevisto da dieci minuti basta a far crollare l'intera giornata

Una giornata piena al cento per cento non ha dove assorbire un ritardo: ogni cosa tira la successiva. Margini, attività scollegate e cosa può saltare.

Gabriele Pecchioli

Un imprevisto da dieci minuti fa crollare la giornata quando la giornata non ha margine: ogni attività comincia dove finisce la precedente, quindi il ritardo passa di mano in mano e cresce a ogni passaggio. Il problema non sta nell'imprevisto, che è piccolo e arriva sempre, ma nel modo in cui la giornata è costruita: piena al cento per cento, con tutte le cose agganciate l'una all'altra. Una giornata così è un sistema fragile, e un sistema fragile si ripara mettendo spazio tra le cose, scollegando quelle che possono stare da sole e decidendo in anticipo cosa può saltare. Correre di più peggiora.

La giornata che segue è costruita per mostrare l’effetto degli incastri: non è il resoconto della mia agenda. Le attività sono normali; a renderle fragili è l’assenza di margine tra una e l’altra.

Dieci minuti che diventano due ore

Mettiamo una giornata costruita apposta, semplice. Sveglia alle sette, colazione, figli a scuola alle otto e un quarto, in ufficio alle nove, riunione dalle nove e mezza alle dieci e mezza, una chiamata alle undici, un preventivo da chiudere entro mezzogiorno e mezza, pranzo veloce, un cliente alle due, le cose amministrative alle quattro, i figli alle cinque, cena alle sette e mezza.

Alle otto meno cinque il più piccolo non trova una scarpa. Dieci minuti. Si arriva a scuola alle otto e venticinque, in ufficio alle nove e un quarto, e il quarto d'ora che serviva a preparare la riunione non c'è più. La riunione parte senza il materiale pronto e dura venti minuti in più. La chiamata delle undici slitta alle undici e venti, chi aspettava la chiamata ha un altro impegno alle undici e mezza, e la chiamata si fa di corsa oppure si sposta al pomeriggio. Il preventivo si chiude a mezzogiorno e tre quarti, tagliando il pranzo, e il cliente delle due ti trova con un panino in mano e la testa ancora sul preventivo. Alle quattro le cose amministrative finiscono dopo i figli, e alla fine le fai alle nove di sera, dopo cena, con il telefono sul tavolo. La scarpa era un dettaglio. La giornata no.

Il ritardo è partito da dieci minuti e a ogni passaggio ha preso qualcosa: il quarto d'ora di preparazione, i venti minuti di riunione, il pranzo, la lucidità con il cliente. Alla sera il conto è di un paio d'ore e una qualità del lavoro più bassa in tre punti diversi. Questo è il comportamento tipico di un sistema senza margine: lo scostamento si propaga invece di assorbirsi.

Accoppiamento stretto: quando tutto dipende da tutto

Charles Perrow, sociologo che ha studiato gli incidenti negli impianti complessi, usa un'espressione utile: accoppiamento stretto. Un sistema è accoppiato stretto quando ogni parte dipende direttamente dalla precedente, senza tempo e senza spazio tra una e l'altra. In un sistema così un piccolo guasto non resta locale, perché non c'è nulla che lo fermi: passa alla parte successiva, e poi a quella dopo. Perrow lo diceva delle centrali e delle petroliere. Vale identico per una giornata.

La giornata dell'esempio è accoppiata stretta in due modi. In sequenza: la riunione dipende dal quarto d'ora prima, la chiamata dalla riunione, il preventivo dalla chiamata. E in capacità: non c'è un buco in cui mettere la cosa che è slittata, perché ogni ora è già occupata. Le due cose insieme fanno il domino.

Il contrario dell'accoppiamento stretto è un sistema con slack, parola che in italiano si traduce male: margine, gioco, aria. Una cinghia con un po' di gioco assorbe uno strappo. Una cinghia tesa al massimo lo trasmette tutto alla puleggia, e se lo strappo è forte si spezza. Nessun meccanico tira una cinghia al massimo per farla rendere di più. Con la giornata lo facciamo tutti.

Il recupero che oscilla

Quando ci si accorge del ritardo si corregge, e di solito si corregge forte: si guida più in fretta, si taglia il pranzo, si chiude la chiamata in cinque minuti, si risponde ai messaggi mentre si ascolta il cliente. La correzione forte ha un effetto che si vede subito (alle due sei puntuale) e un effetto che si vede dopo (alle quattro hai fame, hai dimenticato una cosa detta nella chiamata tagliata, devi richiamare). Il secondo effetto produce un nuovo ritardo, e un nuovo recupero forte. La giornata comincia a oscillare attorno all'orario invece di tornarci sopra.

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Il recupero che oscilla attorno all'orarioAndamento qualitativo illustrativo, non dati misurati. La curva è il ritardo accumulato lungo la giornata. Ogni correzione forte lo porta sotto lo zero per un attimo (sei in anticipo, aspetti), poi il costo della correzione lo riporta sopra. Le oscillazioni si stringono solo quando c'è margine per smorzarle.

Il motivo dell'oscillazione è il tempo che passa tra la correzione e il suo costo. Tagliare il pranzo risolve subito e costa alle quattro. Guidare più in fretta risolve subito e costa in attenzione per tutto il pomeriggio. Siccome il costo arriva dopo, non lo colleghi alla correzione, e la prossima volta correggi di nuovo forte. In un sistema con margine la correzione può essere piccola: dieci minuti di ritardo si mangiano il buco tra la riunione e la chiamata, e finisce lì. Senza margine, dieci minuti costringono a una correzione da trenta, che costa quaranta più tardi.

Riempire l'agenda è la causa

Qui c'è un rovesciamento che vale la pena guardare in faccia. La risposta istintiva alla giornata che crolla è riempirla meglio: più ordine, più precisione, incastri più stretti. Si ottiene una giornata ancora più accoppiata, in cui l'imprevisto successivo fa ancora più danni. La precisione degli incastri è la causa del crollo. Più la giornata è piena, meno margine ha; meno margine ha, più un ritardo si propaga; più i ritardi si propagano, più cose restano indietro; più cose restano indietro, più si riempie la giornata di domani per recuperarle. Questo sì che è un circolo vizioso, e la tessera del domino è stata solo l'occasione.

Vedo la stessa cosa nelle aziende, con una macchina al posto dell'agenda. Un reparto che lavora al cento per cento della capacità sembra efficiente, e in realtà è un reparto in cui ogni guasto da dieci minuti diventa una consegna in ritardo, perché non c'è nessun posto dove quel guasto possa finire. Le code davanti a un reparto saturo crescono molto più che in proporzione, e questo è un fatto di matematica delle code prima che di organizzazione. Chi pianifica la produzione lo sa e tiene i reparti all'ottanta, all'ottantacinque per cento. Con la propria giornata, la stessa persona sta al cento.

Cosa fare: margine, scollegare, lista di cosa salta

Le cose da fare sono tre, e insieme al rimedio istintivo vanno dalla più debole alla più forte.

01correredi più02margini fissiin agenda03lista di cosapuò saltare04attivitàscollegate01correredi più02margini fissiin agenda03lista di cosapuò saltare04attivitàscollegate
Quattro modi di difendere la giornata, dal più debole al più forteIl primo è quello che fanno tutti e produce l'oscillazione. L'ultimo cambia la struttura, e per questo regge anche nei giorni peggiori.

Correre di più è il primo gradino, e l'abbiamo già visto.

I margini fissi sono il secondo. Margini scritti in agenda come un appuntamento, con un nome e un orario, perché il tempo "se avanza" non avanza mai. Un quarto d'ora prima di ogni cosa che non può slittare. Mezz'ora a metà mattina e mezz'ora a metà pomeriggio senza niente dentro. Sembra buttare via un'ora al giorno. In pratica quell'ora la perdi comunque, solo che oggi la perdi in ritardo accumulato e in lavoro fatto peggio; con i margini la perdi in anticipo e la riprendi quando serve. Nei giorni senza imprevisti quell'ora diventa il tempo in cui fai la cosa a cui non arrivi mai.

La lista di cosa può saltare è il terzo gradino, e vale più dei margini perché cambia una regola. La mattina, quando la giornata è ancora intera, scrivo tre cose che, se arriva un imprevisto, saltano senza discussione: le cose amministrative vanno a domani, quella chiamata diventa un messaggio, quel preventivo va a domani mattina presto. La decisione è presa prima, a mente fredda, e questo è il punto. Decisa alle otto, quando l'imprevisto arriva alle undici so già quale cosa cade, invece di scegliere tra sei con il fiato corto. Senza la lista, quello che salta è l'ultima cosa della giornata, cioè di solito la più importante per me (la cena, la corsa, la lettura) e la meno importante per il calendario.

Scollegare le attività è il quarto, il più forte, perché toglie l'accoppiamento invece di attutirlo. Vuol dire costruire la giornata in modo che le cose non dipendano l'una dalla precedente. La preparazione della riunione si fa il giorno prima, così il quarto d'ora di ritardo la mattina non la tocca. La chiamata va dopo il margine, oppure in un blocco di chiamate nel pomeriggio che non dipende da niente. Il preventivo ha una scadenza vera, quella in cui lo aspetta il cliente, che spesso è più lontana di quella che ci siamo messi da soli. Il principio è uno: ogni volta che due cose stanno in sequenza stretta, chiedersi se devono starci davvero o se ci stanno per abitudine.

Il margine si perde prima dell’imprevisto, quando si accettano impegni su settimane già piene. Se ogni recupero rinvia un lavoro che poi torna urgente, osserva anche il legame tra importante rimandato ed emergenze. Sono due ingressi diversi nello stesso calendario.

La giornata con margine, da mettere alla prova

Nella versione alternativa della giornata, due margini hanno un posto in agenda e una riga indica che cosa può essere spostato. Gli imprevisti continuano ad arrivare. La verifica da fare, per alcune settimane, è quanto ritardo assorbono quei margini e quali costi comporta tenerli liberi. Non c’è una frequenza di successo garantita.

Più che una tecnica di gestione del tempo, è guardare la giornata come un sistema, trovare dove sta accoppiata stretta e mettere aria in quel punto. Costa un'ora al giorno di capacità che sembra non usata. In cambio, l'imprevisto piccolo torna a essere piccolo.

Se la risposta è "tutte", il problema è già chiaro, e la scarpa che domattina non si trova non c'entra.

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