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Systems Thinking Italia

Vita quotidiana9 minuti di lettura

Dire sì oggi vende un tempo che fra tre settimane non avrai

Un sì si dà in trenta secondi e mette ore nelle settimane future, mentre la capacità resta la stessa. Il sì con la data vera e la lista di cosa salta.

Gabriele Pecchioli

Dire sì oggi vende tempo futuro perché il sì entra in trenta secondi e il lavoro entra per ore, in una settimana che al momento del sì sembra vuota. Gli impegni presi si accumulano a ogni risposta data in fretta, la capacità resta quella di sempre, e tra il momento in cui prometti e il momento in cui paghi passano settimane: il ritardo fa sembrare libero il calendario di fra tre settimane, che è vuoto solo perché nessuno ci ha ancora scritto niente. Quando quella settimana arriva, il carico si scarica sui due giorni prima della consegna, e il lavoro fatto di corsa torna indietro da sistemare, cioè porta via capacità alle settimane dopo. Si esce con tre mosse: il sì con la data vera, la lista di cosa salta, la regola scritta prima che arrivi la richiesta.

Lo scrivo da uno che ci casca da vent'anni. Il sì mi è costato più di qualunque no, e nel momento in cui lo dicevo mi sembrava la cosa più economica del mondo: trenta secondi in una telefonata, nessun soldo, nessuna firma, e dall'altra parte una persona contenta. Ho venduto in mezz'ora di chiamata mesi di sere.

Il sì costa poco e pesa dopo

Il sì è la risposta che costa meno nel momento in cui la dai. Toglie subito un fastidio: la richiesta che resta aperta, la faccia di chi aspetta, la telefonata che si chiude male. Il costo arriva dopo, in un giorno in cui la richiesta non c'è più e chi l'ha fatta non si vede.

Gli impegni presi sono un livello che sale a ogni sì e scende solo quando consegno o quando disdico. La capacità è un flusso e resta quella: le stesse ore, la stessa testa, la stessa famiglia che mi aspetta per cena. Nessuno tiene il conto del livello. Tutti guardano il calendario, e il calendario mostra solo la parte degli impegni che è già stata messa in un giorno a un'ora.

In un'officina questa roba si vede a occhio. Se accetti ordini più in fretta di quanto produci, la coda cresce, e la data che il commerciale promette al telefono diventa una bugia che si allunga ogni settimana. Nessuno in officina pensa che il problema sia la pigrizia dei montatori. In agenda la coda non si vede, perché sta sparsa in posti diversi: un filo di posta, una promessa fatta a voce in corridoio, un messaggio in cui ho scritto "ci penso io".

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Il sì rapido che chiude la conversazione e torna indietroIn alto il fastidio della richiesta aperta. A destra il sì immediato, che lo toglie in trenta secondi. A sinistra quello che quel sì riporta indietro qualche settimana dopo, quando la consegna fatta di corsa va sistemata e la sistemazione diventa una richiesta nuova.

Una settimana di sì, contata

Mettiamo una settimana costruita, con i sì di uno che lavora in proprio e ha figli a scuola. I numeri sono ipotetici e servono a mostrare il verso.

Lunedì, al telefono con un cliente: "il documento te lo preparo io, entro fine mese". Trenta secondi. Lavoro vero: quattro ore, più due di correzioni dopo il primo invio. Martedì, un fornitore chiede mezz'ora di chiamata: la mezz'ora diventa un'ora e lascia dietro due cose da verificare. Mercoledì, a scuola chiedono una mano per la festa di fine mese: "sì, volentieri", tre ore spalmate su due sere. Giovedì, un amico chiede se gli sistemo un foglio di calcolo: due ore, e due ore vere, perché i fogli di calcolo degli altri sono sempre peggio di come li descrivono. Venerdì, in una cosa che seguo con altri, nasce una riunione mensile da un'ora: dodici ore all'anno, prese con un cenno del capo.

Il conto della settimana: circa quindici ore messe nelle settimane successive, in una settimana in cui non è uscito niente. La capacità non si è mossa di un minuto. Tieni questo ritmo per un mese e hai venduto una settimana e mezza di lavoro che non esiste.

Il tempo per dire sì e il tempo per fare non si misurano con la stessa unità. Il sì si misura in secondi, il lavoro in ore, e il cambio è così sfavorevole che basta distrarsi quattro volte in cinque giorni.

Il calendario vuoto sembra libero

Apro il calendario di fra tre settimane e lo vedo vuoto. Vuoto vuol dire che nessuno ci ha ancora scritto niente. Io lo leggo come libero. Sono due cose diverse e la testa le tiene insieme volentieri, perché la seconda permette di dire sì senza pagare nulla adesso.

Dentro quella settimana che sembra libera ci sono già le conseguenze dei sì detti nelle due settimane precedenti, e ci saranno quelle dei sì che dirò nei prossimi giorni. Il calendario le mostra solo quando hanno un orario, e le cose promesse a voce non hanno un orario fino al giorno prima della consegna.

C'è poi una regolarità nelle stime, e vale la pena nominarla perché è la stessa per tutti.

Sopra tutto questo c'è la faccenda di chi paga. Il sì lo dico io oggi, il lavoro lo fa uno che non è nella stanza: io di fra tre settimane, che non ha voce in capitolo e che in quella settimana avrà anche un figlio con la febbre, una gomma a terra e una cosa urgente che oggi non esiste. Il me di oggi incassa la gratitudine, il me del mese prossimo lavora il sabato.

La corsa finale produce lavoro da rifare

Due giorni prima della consegna il carico si presenta tutto insieme, perché tutte le cose promesse in settimane diverse scadono nello stesso punto. Lì comincia la corsa, e la corsa ha una qualità sua: salto la rilettura, salto la telefonata di controllo con la persona che sa, mando il documento con un numero vecchio dentro, scrivo tre righe di accompagnamento invece di spiegare la cosa come andrebbe spiegata.

Due settimane dopo arriva la richiesta di sistemazione. Costa più della rilettura che ho saltato, e arriva in una settimana che è già piena dei sì di adesso. Questo chiude il giro.

e si ricominciasì dettidi corsaimpegniaccumulaticorsa sullascadenzalavoro dasistemareRogni giro alza il caricoRsì dettidi corsaimpegniaccumulaticorsa sullascadenzalavoro dasistemareogni giro alza il carico
Il giro che riempie le settimane da soloGuarda il verso: tutti i legami hanno lo stesso segno, quindi ogni giro alza il carico della settimana dopo. Le due barrette sul terzo legame sono le settimane che passano prima che il lavoro fatto di corsa torni indietro, abbastanza perché nessuno colleghi la sistemazione di oggi al sì di un mese fa.

Un giro così non ha un freno dentro di sé. Si ferma quando qualcosa si rompe: una consegna persa, un cliente che smette di chiamare, un impegno personale importante che viene cancellato. Il freno, se non lo metto io, lo mette la realtà, e lo mette nel punto che fa più male.

Il sì con la data vera

Dire no a tutto è un modo elegante di chiudere bottega. La prima mossa è spostare il sì dalla parola alla data: "sì, lo faccio, e la prima settimana in cui posso davvero è la quinta, non la seconda". Resta un sì. Quello che si perde è l'illusione di chi ascolta, e quella si perde comunque, soltanto più tardi e con più danno.

Tre cose da fare prima di rispondere, nell'ordine.

Guardo quello che ho già promesso, non il calendario di quel periodo. Tengo una lista sola, tutta insieme, di quello che ho promesso e non ho consegnato, con una stima di ore accanto a ogni riga. Quella lista è il livello di cui parlavo sopra. Senza averla scritta non so quanto sono carico, e con la lista davanti la risposta cambia da sola, senza nessun bisogno di carattere.

Metto il tempo vero, quello delle ultime volte, e aggiungo il pezzo che dimentico sempre, cioè le correzioni dopo il primo invio, che non sono mai zero e che nella stima non metto quasi mai.

Rispondo con una data che terrei anche in una settimana brutta. Se una data regge solo a condizione che tutto vada liscio, non è una data, è una speranza con un giorno scritto accanto.

C'è poi la lista di cosa salta, che è la mossa che fa la differenza quando il sì lo dico comunque. Dico anche cosa si sposta, a voce, nella stessa frase: "posso consegnarlo giovedì, e allora la cosa di Rossi va a lunedì: per te va bene?". Il costo smette di essere invisibile e diventa una scelta di due persone. Capita spesso che l'altro risponda che non era così urgente, e la richiesta si sgonfia da sola. A casa funziona identica: sì alla gita di sabato, e allora il lavoro arretrato va a lunedì sera.

Il margine venduto in anticipo ricompare come una giornata fragile davanti a un imprevisto. Se il debito viene spostato sistematicamente al sabato, guarda anche il fine settimana che non lascia spazio al recupero. Il calendario va letto lungo più settimane, non soltanto oggi.

La regola scritta prima della richiesta

Le mosse di prima hanno un difetto: chiedono lucidità nel momento peggiore, mentre una persona aspetta una risposta e io ho voglia di chiudere la conversazione. La terza mossa sposta la decisione prima, quando non c'è nessuno davanti.

Ecco alcune regole possibili, da adattare ai propri vincoli. Niente impegni nuovi per la settimana in corso e per quella dopo, salvo le cose che si sono rotte davvero. Un sì a una cosa ricorrente vale dodici sì, quindi si decide come si decide un abbonamento. Le richieste che arrivano a voce ricevono "ti faccio sapere entro domani", perché il sì al telefono è quello che costa più caro, dato in piedi, senza aver guardato niente. Prima di accettare qualcosa che dura più di mezza giornata, apro la lista di quello che ho già promesso.

Il meccanismo è vecchio come l'Odissea: Ulisse si fa legare all'albero prima di arrivare dalle sirene, perché sa che quando le sentirà non sarà nelle condizioni di decidere niente. Una regola scritta in anticipo vale per tutti i casi che verranno. Tirare fuori mezza giornata dal fine settimana per rimediare a un sì sistema un caso solo e lascia il meccanismo com'era.

Quello che resta rotto lo dico, perché non voglio far sembrare la faccenda più sistemata di com'è. Dico ancora sì troppo in fretta quando la richiesta arriva da qualcuno a cui devo qualcosa, e in quei casi la regola la aggiro con una scusa che mi suona ragionevole per una mezza giornata. Pensavo che dare date lontane facesse perdere lavoro: da quando le do, succede il contrario, perché chi riceve una data vera la mette in conto e chi riceve una data ottimista la ricorda il giorno in cui non la rispetto. La corsa finale esiste ancora, due o tre volte l'anno. Prima era il modo normale di consegnare.

Se cadono tutti e tre nella stessa settimana, quella settimana è già scritta, e tu non l'hai ancora vista.

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