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Systems Thinking Italia

AI e sistemi8 minuti di lettura

Automatizzare un lavoro che non serviva lo moltiplica

Rendere veloce una cosa che non andava fatta ne fa produrre di più. L'efficienza aumenta il volume invece di liberare tempo, e la prova da fare prima.

Gabriele Pecchioli

Quando l'intelligenza artificiale accorcia un lavoro da due ore a due minuti, quel lavoro non sparisce: cresce. Il report che nessuno leggeva una volta a settimana diventa tre report, uno per reparto, perché ormai costa poco farli. L'efficienza applicata a un'attività che non serviva non libera tempo, aumenta il volume, e il volume torna indietro sotto forma di pagine da controllare, di domande sui numeri, di riunioni per commentarli. La velocità amplifica quello che trova. Prima di automatizzare conviene fare una prova che costa zero e che quasi nessuno fa: smettere per un mese e contare chi se ne accorge.

Con Unicorn Digital entro in aziende italiane che vogliono mettere l'intelligenza artificiale dentro un processo, e la prima cosa che chiedo è sempre la stessa: fammi vedere chi usa quello che esce.

Il report del venerdì

Mettiamo un'azienda da quaranta persone, un esempio ipotetico, con numeri scelti per rendere visibile il meccanismo. Ogni venerdì pomeriggio una persona in amministrazione prepara il report settimanale: quattordici pagine, numeri estratti dal gestionale, un commento in testa. Ci mette due ore. Lo manda a sette persone.

Di quelle sette, due lo aprono. Una guarda la tabella degli incassi e ignora il resto. Nessuno ha mai chiesto di cambiarlo e nessuno ha mai chiesto di smetterlo, perché il report esiste da sei anni e a un certo punto è diventato parte di come l'azienda si descrive a se stessa.

Arriva l'intelligenza artificiale. Si scrive un collegamento al gestionale, un prompt che tira i numeri e scrive il commento, e il report si fa in due minuti. La persona in amministrazione ha due ore libere il venerdì. Per tre settimane è un successo.

Poi, uno per volta, succedono quattro fatti. Il direttore commerciale chiede se si può avere anche il lunedì, "così partiamo informati". Si può: costa due minuti. La produzione chiede una versione con i suoi indicatori, perché quella generale non dice niente di loro. Si fa: altri due minuti. Qualcuno nota che i numeri di una tabella non tornano con quelli del gestionale e si apre un giro di verifiche che prende mezza giornata. E in una riunione si decide di commentare insieme il report del lunedì, venti minuti ogni settimana, sette persone.

Alla fine del trimestre girano tre report a settimana invece di uno, quaranta pagine invece di quattordici, e il tempo complessivo che l'azienda spende su quelle pagine è salito. Le due ore liberate il venerdì ci sono ancora, da qualche parte. Nessuno le ha viste tornare.

Nessuna di quelle quattro decisioni è stupida. Ognuna, presa da sola, è ragionevole. Il problema è che la domanda su cui si basavano tutte era "quanto costa farlo?", e la risposta era diventata "niente".

L'efficienza che aumenta il volume

Quando il costo di produrre una cosa crolla, la richiesta di quella cosa sale. Vale per il carbone e vale per i report settimanali. Chi chiede un report non paga il costo di produrlo: lo paga chi lo produce, e se quel costo è vicino a zero non c'è più niente che tenga a freno le richieste. Il freno non era la volontà di nessuno. Era la fatica.

Toglierlo cambia il sistema in un punto che nessuno aveva previsto. L'attenzione di chi legge, invece, è rimasta identica: sette persone con la stessa giornata di prima, e ora quaranta pagine. La capacità di leggere non si automatizza, e questa è la parte che resta fissa mentre tutto il resto si moltiplica.

Il ciclo che produce carta

Quando ricostruisco con l'azienda come si è arrivati a quaranta pagine, viene fuori sempre un giro chiuso.

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Il ciclo dei report che si moltiplicanoTutti i segni sono più: ogni giro aggiunge pagine. La richiesta di un riassunto è il punto interessante, perché è il momento in cui l'azienda risponde al troppo con un altro automatismo.

Più report automatici, più pagine che girano. Più pagine che girano, più richieste di un riassunto: nessuno riesce a leggere tutto e qualcuno chiede una sintesi settimanale, un cruscotto, una mail con i tre numeri che contano. Più richieste di sintesi, più automazioni nuove, perché la sintesi si fa con lo stesso strumento. E ogni automazione nuova aggiunge report automatici.

È un ciclo di rinforzo e i cicli di rinforzo non si fermano da soli: crescono finché qualcosa dall'esterno li interrompe. Qui l'interruzione arriva quando qualcuno, di solito dopo un errore pubblico su un numero, chiede di rimettere ordine. Arriva tardi, e il lavoro di rimettere ordine costa più di quanto sia costato automatizzare.

La parte da guardare nello schema è il terzo nodo. L'azienda ha un problema di troppo, e lo tratta come un problema di poco: aggiunge uno strumento che riassume invece di togliere quello che produce. Ogni passaggio in più aggiunge anche un posto dove un numero può cambiare senza che nessuno lo noti.

Chi paga il volume in più

Il conto non arriva sulla riga che avevi guardato. Arriva su altre quattro.

Il tempo di lettura. Sette persone che aprono due documenti invece di uno, anche solo per scorrerli, sono ore a settimana che non compaiono in nessun calcolo di risparmio.

La fiducia nei numeri. Quando girano tre report costruiti da tre prompt diversi sullo stesso gestionale, prima o poi due numeri non coincidono. Da quel momento ogni numero va verificato, e la verifica costa più della produzione.

Il controllo degli output. Un lavoro fatto a mano si controlla mentre lo fai. Un lavoro fatto da un modello va controllato dopo, e controllarlo bene costa attenzione: se produci tre volte tanto, o tripli il controllo o smetti di controllare. Nelle aziende dove ho guardato, si smette di controllare.

Lo spazio nel canale. Le cose importanti arrivano per gli stessi canali delle cose automatiche. Più traffico automatico, meno probabilità che una mail che conta venga letta il giorno in cui conta.

La prova da fare prima

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L'ordine in cui farsi le domande su un lavoroIl passo in rosso è quello che quasi nessuno fa e che risponde prima di tutti gli altri. Il quarto è quello da cui le aziende partono.

Smettere per un mese è una prova, non un taglio. Si fa così: scegli il lavoro, scrivi a chi lo riceve che da venerdì prossimo non arriva più per quattro settimane e che poi si decide, segni la data su un foglio, e per quelle quattro settimane tieni una riga per ogni persona che lo chiede e per cosa le serviva.

A fine mese il foglio risponde, e risponde senza bisogno di discussioni. Nessuna richiesta: il lavoro si chiude, e hai liberato due ore a settimana senza costruire niente. Una persona che lo ha chiesto per una tabella: il report nuovo è quella tabella, lo riduci a una pagina, e a quel punto automatizzare quel che resta è questione di cinque minuti perché ormai sai esattamente cos'è. Quattro persone su sette che lo chiedono entro tre giorni: il lavoro serve, e ora sai anche a chi e per cosa, che è l'informazione che ti serviva per scrivere un prompt sensato.

Nessuno fa questa prova perché smettere richiede una decisione con un nome sopra, e automatizzare no. Chi propone di spegnere un report si prende la responsabilità di quello che potrebbe mancare; chi propone di renderlo automatico si prende i complimenti. Le due cose costano all'azienda in modo opposto a come costano alla persona, e questa è una struttura di incentivi, non un difetto di carattere.

C'è un'obiezione onesta: ci sono lavori che non puoi sospendere. Una fattura, un adempimento, un controllo di sicurezza. Per quelli la prova non si fa e si passa direttamente al secondo passo, che è chiedere chi usa l'output e cosa fa di diverso in base a quello che legge. Per i lavori facoltativi, invece, si può verificare prima se qualcuno usa davvero il risultato.

Prima di scegliere lo strumento, confronta questo test con la sequenza della business automation. Dopo la prova, misura anche quanto costa l’ora apparentemente risparmiata: il lavoro può sparire da una scrivania e ricomparire su quella di chi controlla.

Cosa automatizzo e cosa no

Dopo la prova resta da decidere. Uso due criteri e non ne ho trovati altri che servano.

Il primo: qualcuno a valle fa qualcosa di diverso in base a questo output. Non "lo legge", non "lo trova utile". Fa una cosa diversa: chiama un cliente, ferma un ordine, cambia un prezzo. Se nessuno cambia comportamento, l'output è carta, e automatizzarlo produce carta più in fretta.

Il secondo: se l'output non arriva, qualcuno lo chiede entro due giorni. È lo stesso criterio visto dall'altra parte, e si misura con la prova del mese.

Quando entrambi i criteri reggono, automatizzo, e lo faccio con una regola in più: il volume resta quello di prima. Un report a settimana prima, un report a settimana dopo. Il tempo liberato va scritto da qualche parte e assegnato a qualcosa, altrimenti si riempie da solo con altro lavoro dello stesso tipo. Se poi serve il secondo report, si decide di farlo come si decideva prima, guardando cosa costa a chi lo legge e non a chi lo scrive.

L'intelligenza artificiale è brava a rendere veloce qualsiasi cosa, comprese quelle che andavano fermate. La parte lenta del lavoro, quella che decide cosa vale la pena fare, resta a noi. Tolta la fatica, è l'unica cosa che tiene in piedi il sistema.

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