Un approccio sistemico al consumismo moderno: perche compri cose che non ti rendono felice

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Un approccio sistemico al consumismo moderno: perché compri cose che non ti rendono felice

Se comprassi una cosa e ti rendesse felice in modo stabile, la compresti una volta e saresti a posto. Il fatto che non funzioni così, che il ciclo si ripeta, che ci sia sempre qualcosa di successivo da volere, non è un difetto del tuo carattere. È il sistema che funziona esattamente come è stato progettato per funzionare.

Quello che segue non è un manifesto contro lo shopping, né un elogio del minimalismo. È un tentativo di capire il meccanismo. Perché capire il meccanismo è l’unico modo per scegliere consapevolmente invece di essere scelti da esso.


Il consumismo moderno funziona attraverso un loop di rinforzo che ha pochi eguali per eleganza ingegneristica. La pubblicità crea un gap percepito tra la situazione attuale e uno stato desiderato immaginato. Questo gap produce disagio. L’acquisto produce un sollievo temporaneo da quel disagio. Dopo un periodo di tempo variabile, il cervello torna al suo livello base di soddisfazione, il gap si ricrea, spesso allargato dalle aspettative create dal nuovo oggetto. Il ciclo ricomincia.

Il meccanismo biologico che rende tutto questo possibile si chiama adattamento edonico. Il cervello umano è progettato per tornare rapidamente a un livello stabile di benessere dopo quasi qualsiasi evento, positivo o negativo. È una caratteristica evolutiva preziosa: ci ha permesso di sopravvivere alle perdite e di non restare paralizzati dall’euforia delle vittorie. Nel contesto del consumismo moderno, è il meccanismo che rende ogni acquisto meno soddisfacente di quanto ci si aspettasse, e ogni livello raggiunto un nuovo punto di partenza invece che un traguardo.

Non è un difetto psicologico individuale. È una caratteristica universale dell’esperienza umana. Il problema sistemico è che il marketing è costruito per sfruttarla deliberatamente: promette un cambiamento duraturo di stato attraverso l’acquisto, sapendo che l’adattamento edonico vanificherà quella promessa e renderà necessario il prossimo acquisto.

Il confronto sociale: perché i tuoi vicini ti rendono sempre più povero

Gli esseri umani valutano la propria condizione in modo relativo, non assoluto. Non ci si chiede “sono abbastanza benestante?” in termini assoluti. Ci si chiede implicitamente “sto facendo bene rispetto alle persone che mi circondano?”

Per la maggior parte della storia umana, il gruppo di riferimento per questo confronto era fisicamente limitato: il villaggio, il quartiere, il posto di lavoro. I social media hanno cambiato tutto. Il gruppo di riferimento è diventato globale e curato: si vedono i momenti migliori delle vite più fotogeniche di migliaia di persone contemporaneamente. Il confronto è strutturalmente asimmetrico, perché si vedono i picchi degli altri e la media della propria vita.

Il risultato è un innalzamento continuo degli standard di riferimento senza un corrispondente innalzamento del benessere. Si raggiunge un livello di consumo, il confronto sposta il riferimento più in alto, si percepisce un nuovo gap, si consuma ancora. Il tapis roulant gira più veloce senza portare da nessuna parte.

Perché la forza di volontà non è la risposta

L’approccio più comune al problema del consumismo eccessivo è la forza di volontà: resistere alle tentazioni, fare liste, darsi regole. Non funziona nel lungo termine per una ragione precisa: la forza di volontà è una risorsa limitata che si esaurisce, e i sistemi progettati per catturare attenzione e denaro sono ottimizzati per trovare i momenti in cui quella risorsa è bassa. La stanchezza, lo stress, la noia: sono esattamente i momenti in cui si è più vulnerabili agli stimoli di consumo, e sono esattamente i momenti in cui arriva la notifica dell’offerta del giorno.

Il pensiero sistemico suggerisce un approccio diverso: cambiare il sistema invece di combatterlo. Questo significa intervenire sull’ambiente invece che sulla psicologia, modificare le strutture che producono i comportamenti indesiderati invece di cercare di sopprimere i comportamenti stessi.

Rimuovere le app di shopping dallo smartphone riduce l’attrito necessario a non comprare senza richiedere forza di volontà. Disiscriversi dalle newsletter promozionali riduce l’esposizione agli stimoli invece di richiedere di resistere ad essi ogni volta. Introdurre un periodo di attesa obbligatorio per gli acquisti non pianificati cambia la struttura temporale della decisione, riducendo il peso della gratificazione immediata rispetto alla valutazione più calma che arriva dopo qualche ora o qualche giorno.

Cosa produce benessere reale

La ricerca su questo punto è abbastanza convergente su alcune cose.

Le esperienze producono benessere più duraturo dei beni materiali. Non perché siano moralmente superiori, ma perché sono meno soggette all’adattamento edonico. Un’esperienza vissuta diventa parte della narrativa identitaria, si ricorda, si racconta, si elabora nel tempo. Un oggetto invecchia, perde l’effetto novità, diventa invisibile nell’ambiente quotidiano.

Le relazioni di qualità sono il predittore più robusto di benessere soggettivo in quasi tutti gli studi longitudinali che siano stati fatti sul tema. Non il numero di relazioni, ma la profondità. Una conversazione reale con qualcuno che si conosce bene vale più di qualsiasi acquisto in termini di benessere stabile.

Il senso di progressione verso obiettivi che si ritengono significativi produce soddisfazione sostenibile nel tempo. Non il raggiungimento dell’obiettivo, spesso deludente per via dell’adattamento edonico, ma il processo di avanzamento verso di esso.

Il punto non è non comprare

Il punto è comprare consapevolmente, con una comprensione onesta di cosa si sta comprando e perché, e con aspettative realistiche su cosa produrrà.

Se compri qualcosa perché ti piace, lo vuoi, e puoi permettertelo, è una scelta perfettamente ragionevole. Se compri qualcosa perché ti senti vuoto, stressato, o annoiato, e speri che riempia quel vuoto, non lo farà. Non perché il prodotto sia cattivo, ma perché il vuoto ha un’altra origine, e quella origine si troverà ancora lì dopo l’acquisto.

Capire il meccanismo non elimina i desideri. Crea uno spazio tra il desiderio e l’azione in cui puoi scegliere cosa fare. Quello spazio è piccolo, richiede pratica per mantenerlo aperto, e il sistema fa di tutto per chiuderlo. Ma è l’unico posto dove avviene qualcosa che assomiglia a una scelta reale.