Systems thinking nell organizzazione aziendale: perche i problemi di persone sono quasi sempre problemi di sistema

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Systems thinking nell’organizzazione aziendale: perché i problemi di persone sono quasi sempre problemi di sistema

Ogni volta che un’organizzazione licenzia qualcuno definendolo “un problema”, vale la pena chiedersi una cosa: il problema era quella persona, o era il sistema che ha selezionato, formato, incentivato e tollerato quella persona per mesi o anni prima di decidere che era un problema?

La risposta scomoda è che quasi sempre è la seconda. Non perché le persone non abbiano responsabilità individuali, ma perché i comportamenti disfunzionali nelle organizzazioni sono quasi sempre il prodotto prevedibile di strutture, incentivi, e dinamiche culturali che esistevano prima di quella persona e continueranno dopo di lei. Sostituire la persona senza cambiare il sistema produce un nuovo dipendente che, nel giro di sei-dodici mesi, si comporta in modo sorprendentemente simile al precedente.


Il problema con l’etichetta “risorse umane”

La metafora è rivelatrice. Una risorsa si estrae, si usa, si consuma. Quando è esaurita, si sostituisce. Questo modello mentale, anche quando non viene esplicitato, influenza profondamente come le organizzazioni progettano i processi, misurano le performance, e interpretano i conflitti.

Il problema è che le persone non si comportano come risorse. Si comportano come agenti: osservano l’ambiente, interpretano i segnali, adattano il loro comportamento, formano coalizioni, sviluppano aspettative. Il loro comportamento è influenzato da decine di variabili che il modello “risorsa” non considera nemmeno: la qualità delle relazioni con i colleghi e i manager, la percezione di equità nei processi, il senso di significato del lavoro, la coerenza tra i valori dichiarati e quelli agiti dall’organizzazione.

Quando un’organizzazione tratta le persone come risorse, le persone lo percepiscono. E si comportano di conseguenza: minimizzano il rischio, ottimizzano per le metriche visibili invece che per i risultati reali, e cercano la prima opportunità migliore altrove. Il sistema produce esattamente il comportamento di cui poi si lamenta.

Il turnover: un caso di scuola

Poche metriche HR sono mal diagnosticate quanto il turnover. La lettura convenzionale: le persone se ne vanno per gli stipendi. La risposta convenzionale: aumentare gli stipendi. Il risultato quasi invariabile: il turnover scende per qualche mese, poi risale, spesso portando con sé persone che erano rimaste solo per l’aumento.

La lettura sistemica fa una domanda diversa: in quale sistema vive il turnover? Quali variabili lo alimentano? Quali loop lo mantengono?

La ricerca su questo punto è abbastanza chiara: le persone non lasciano le aziende, lasciano i manager. E lasciano organizzazioni dove non vedono futuro, dove il loro contributo non è riconosciuto, dove i valori dichiarati non corrispondono ai comportamenti osservati quotidianamente. Lo stipendio è la scusa più comoda da dare in un colloquio di uscita perché è oggettiva, verificabile, e non crea conflitti.

Il loop sistemico del turnover alto ha tipicamente questa struttura: alta pressione produce burnout, burnout produce disengagement, disengagement produce errori e bassa qualità, bassa qualità produce ancora più pressione, pressione produce turnover. Aumentare gli stipendi non tocca nessuno di questi elementi. Sposta solo il punto del loop dove si interviene, senza interrompere il circolo. Dopo qualche mese, il circolo ha ricominciato a girare.

Gli incentivi e i comportamenti che producono

Uno degli errori più costosi nella gestione delle persone è progettare sistemi di incentivi che ottimizzano per le metriche sbagliate. L’effetto è prevedibile per chi conosce i sistemi: le persone fanno esattamente quello per cui vengono premiate, anche quando quello non è quello che l’organizzazione voleva davvero.

Un esempio classico: bonus individuali basati sul volume delle vendite. Nel breve termine, le vendite aumentano. Nel medio termine, i venditori cominciano a competere invece di collaborare, promettono ai clienti cose che il prodotto non può mantenere, si concentrano sui clienti facili invece che su quelli strategici. Il servizio post-vendita si deteriora. Il tasso di rinnovo cala. La reputazione soffre.

Il sistema di incentivi ha prodotto esattamente il comportamento che massimizzava la metrica che misurava, non i risultati che l’organizzazione voleva realmente. La domanda da porsi prima di progettare qualsiasi sistema di incentivi è: se tutti si comportassero esattamente come questo incentivo suggerisce, cosa succederebbe al sistema nel suo insieme? Se la risposta è “qualcosa che non vogliamo”, l’incentivo va riprogettato.

La cultura come sistema di loop consolidati

La cultura organizzativa è forse il sistema più complesso con cui il management si confronta. Non è qualcosa che si decide, si dichiara, o si disegna in un workshop. È il risultato di migliaia di interazioni e decisioni nel tempo, soprattutto di quelle prese dalle persone con più potere quando i valori dichiarati entravano in conflitto con gli interessi a breve termine.

Il pensiero sistemico offre una lettura utile: la cultura è il risultato di loop di rinforzo che si sono solidificati nel tempo. I comportamenti che vengono premiati si ripetono. Quelli che vengono puniti, anche solo attraverso l’indifferenza, scompaiono. Nel tempo, questi pattern diventano “come si fanno le cose qui”.

Cambiare la cultura richiede di identificare i loop che la producono e intervenire su di essi. Non sulle dichiarazioni di valori. Non sui programmi di formazione. Sui comportamenti reali che vengono premiati e puniti, sulle storie che circolano nell’organizzazione su cosa succede a chi si comporta in certi modi, sulle decisioni concrete che il management prende quando i valori dichiarati entrano in conflitto con la convenienza immediata.

Un’organizzazione che dichiara di valorizzare l’autonomia e poi critica pubblicamente chi prende iniziative che non funzionano ha già scritto il proprio codice culturale reale. I dipendenti lo leggono con molta più attenzione di qualsiasi documento di valori.

Misurare la salute del sistema, non l’efficienza delle parti

Le metriche HR tradizionali misurano le parti: numero di assunzioni, tempo per coprire una posizione, ore di formazione erogate, punteggio delle performance review. Nessuna di queste misura il sistema.

Le metriche di sistema sono diverse: con quale velocità le persone nuove raggiungono la produttività ottimale, cosa dice il feedback anonimo frequente sulle condizioni di lavoro reali, quale percentuale delle posizioni senior viene coperta con promozioni interne, come varia la performance dei team al variare della qualità dei loro manager. Queste metriche sono più difficili da raccogliere e più difficili da interpretare. Ma catturano la salute del sistema invece che l’efficienza delle sue singole parti, e sono le uniche che rivelano i problemi prima che diventino crisi.

La domanda che cambia la conversazione

La prossima volta che in un’organizzazione emerge un “problema di persone”, vale la pena provare a fare questa domanda prima di qualsiasi altra cosa: se questa stessa persona lavorasse in un sistema diverso, si comporterebbe diversamente?

Spesso la risposta è sì. E quella risposta sposta tutto: dall’individuo al sistema, dalla colpa alla struttura, dalla sostituzione al cambiamento. Non sempre è più facile. Quasi sempre è più efficace.

Le organizzazioni non hanno persone. Sono persone. Tutto il resto, la strategia, i processi, la tecnologia, la struttura, è ciò che le persone fanno, decidono, e costruiscono insieme. Trattare le persone come risorse da ottimizzare è ottimizzare lo strumento sbagliato. Il sistema che produce i comportamenti è lo strumento giusto. Ed è quasi sempre più modificabile di quanto sembri, se si sa dove guardare.